lunedì 30 giugno 2014

"Vedere e rivedere" - Orvieto, l'Angelico, Simone Martini e l'angelo fantasma

Orvieto, Duomo


Giuliano Briganti aveva cento volte ragione quando metteva in guardia dalle riproduzioni, che «ci abituano a perdere il contatto diretto con le opere e alimentano quel tipo di acculturamento, oggi diffusissimo, dove la riproduzione diviene gradualmente sostitutiva dell’originale, si identifica anzi nella mente con l’originale stesso»[1].
Questa è ovviamente una lezione basilare: il contatto diretto con l’opera d’arte, dunque la visione prolungata e meditativa dell’opera, rimane il momento cardine – e anche il più bello – per chiunque studi la storia dell’arte. Tuttavia, per cause di forza maggiore, per un anno questa lezione l’ho dovuta mettere da parte; fino a quando, pochi giorni fa, ho velocemente – troppo velocemente, ahimè - visitato Orvieto: il post che state leggendo non parla che di questo, della mia riscoperta dell’opera d’arte, un qualcosa di personale e sicuramente noioso che siete ben dispensati dal leggere.

Se c’è una cosa che ho capito subito, quando, sbucando dalla via omonima mi sono trovato di fronte una porzione del Duomo e della sua facciata magnifica, è che il discorso del contatto diretto vale per tutte le arti visive, architettura compresa. Perché mai, dalle fotografie, avevo capito quanto il Duomo orvietano fosse colorato. Ecco, se io dovessi usare un termine per definire il Duomo di Orvieto, userei questo: coloratissimo!
Perché qui gli artefici della secolare impresa hanno felicemente giocato con la cromia: se il perimetro dell’edificio è un gioco equilibrato e ordinato di linee orizzontali bianche e verdi, la facciata è un tripudio cromatico di mosaici tanto squillante da riverberarsi, come un’irresistibile onda sismica, non solo nella straordinaria Madonna col Bambino e Angeli nella lunetta del portale principale - l’originale, un capolavoro assoluto, si trova nel Museo dell’Opera -, ma anche nelle splendide colonnine tortili che circondano i portali, e addirittura nella scalinata d’ingesso coi suoi marmi rossi.
E tale fasto coloristico si sposa con la struttura gotica della facciata e con il suo brulicare scultoreo nella maniera più armoniosa: il tutto, così, concorre a lasciare nello spettatore quella sensazione di gioia e di puro piacere che, secondo me, è la sensazione che primariamente comunica quest’impresa mirabile.


Beato Angelico, particolare del Cristo
Giudice
, 1447


Sulla pagina Facebook di questo blog ammettevo, in maniera fin troppo candida, che gli affreschi orvietani del Beato Angelico non erano il lavoro che più ammiravo di questo pittore che amo [2]: non so spiegarvi il motivo preciso, ma quel Gesù in trono non mi sembrava un qualcosa di troppo memorabile.
Ma, entrando nella Cappella di San Brizio, e trovandomelo di fronte per davvero, quel Gesù enorme e maestoso, sfavillante dei colori forti dell’Angelico, ho capito che a essere debole non era lui, il Cristo, ma le sue riproduzioni; già, perché nessuna delle riproduzioni che potete trovare di questo dipinto, anche la più accurata, potrà mai restituire la sua grandiosa imponenza compositiva e coloristica: se c’è un’opera che, guardandola dal vivo, può far capire quanto sia sacrosanto quello che sostiene Briganti, è proprio questa[3]!
E non solo il Gesù, ovviamente, ma anche la schiera di angeli che lo circondano, che sono con certezza – ora lo posso dire – una delle cose più stupefacenti mai realizzate dal Beato Angelico e dalla sua bottega. C’è in particolare un angioletto, nella seconda fascia in alto alla destra di Gesù, che si rivolge verso lo spettatore: è un qualcosa di magnetico, che ti riesce a catturare e a farti dire che sì, è proprio giunta l’ora di lasciare da parte ogni sano ateismo e mettersi a implorare il Signore di salvarti da quei demoni tanto incredibilmente veri e spaventosi che il Signorelli ha materializzato proprio lì al tuo fianco!
E insomma, se c’è una cosa che ho capito dalla Cappella di San Brizio, è che non solo questi affreschi sono uno spettacolo straordinario, ma che addirittura all’Angelico si può affibbiare un appellativo che mai, mai avrei pensato di potergli avvicinare: monumentale! L’Angelico, il delicato e sognante pittore delle Annunciazioni più felicemente colorate del Rinascimento, qui diventa, nel Gesù e nei santi della lunetta destra – pure loro ben più grandi del vero -, di una titanica severa potenza.[4] Ma tutto questo, se cercate di vederlo in una riproduzione, vi sembrerà ridicolo: è che, semplicemente, le riproduzioni di questi dipinti sono un falso.


Luca Signorelli, Maria Maddalena, 1503


Alla destra del Duomo sorge il Museo dell’Opera del Duomo: è un museo stupendo, uno di quei tanti piccoli musei italiani che, pur conservando autentici capolavori, sono purtroppo (o forse per fortuna?) snobbati dal grande pubblico – io ero l’unico visitatore. Ve ne parlo perché qui ho avuto almeno un paio di rivelazioni.
Che Luca Signorelli sia stato uno dei modelli di Michelangelo è ben risaputo: ma mai questo mi era apparso nella sua limpida realtà come quando ho potuto sostare di fronte alla Maria Maddalena del Museo. Una figura che, nel suo isolamento, nel suo stagliarsi su un paesaggio vasto e praticamente vuoto – la cittadina sulla sinistra è, per contrasto, tanto infinitamente insignificante -, risulta di una ben evidente grandiosità monumentale e statuaria. E non solo questo: il modo stesso di rendere gli incarnati, insieme a certi particolari fisionomici come labbra e naso, questo dipinto signorelliano il Michelangelo del Tondo Doni lo richiama urlando.


Simone Martini, Polittico di Orvieto, 1320


Ma forse, dell’intero museo, gli oggetti che più di tutti mi hanno folgorato sono state le due opere meravigliose di Simone Martini. Per Simone provo da tempo un notevole interesse, ma ora, dopo averlo visto davvero, dopo aver potuto capire quanto la sua pittura possa essere luminosa, splendidamente serena e gentilmente raffinata, intrisa di una gioia viva e tutta pittorica – insomma bella, bella nel senso più pieno della parola –, quell’interesse si è trasformato in folgorazione.
E quante cose può darti la visione ravvicinata di due opere realizzate da uno stesso artista nello stesso giro d’anni: vedere come il Polittico del ’20 presenti una quantità minima di trasparenze nei veli rispetto alla Madonna (pure questa è parte di un Polittico smembrato); e quanto il primo sia, nelle pose dei personaggi, forse più complesso da un punto di vista spaziale ed espressivo: nel senso che qui, a eccezione del Bambino, ogni personaggio si inclina e si gira, come a guardarsi a vicenda di sotterfugio, quasi che stessero decidendo a bassa voce se l'ignaro spettatore può essere messo a conoscenza di quel tal segreto, di quel pettegolezzo di bizzochi. Spira proprio la vita da queste immagini superbe[5], forse più che nella frontalità più decisa di quello successivo. Si tratta in ogni caso di due veri capolavori che fanno esultare gli occhi, e mi sentirei meschino se, per osannare il primo, sminuissi il secondo.


Gentile da Fabriano, Madonna con il Bambino, 1425 ca.


Ma, a questo punto, devo mio malgrado concludere questo post con l’ammissione di un fallimento, un fallimento del mio occhio (e della mia memoria).
Un annetto fa, mese più mese meno, lessi un saggio splendido di Andrea De Marchi[6] su Gentile da Fabriano e dunque, appena entrato nel Duomo, una delle prime cose che ho cercato è stato l’affresco di Gentile con la Madonna e il Bambino in trono: quest’opera rappresenta un momento essenziale nello sviluppo artistico di questo pittore perché, senza rinunciare ai preziosismi tardogotici, nell’impostazione monumentale di Maria, nel realistico atteggiarsi del Bambino verso lo spettatore, e nella splendida visione dal sotto in su con scorcio mirabile dei gradini, Gentile rivela la sua presa di coscienza che a Firenze un certo Masaccio stava rivoluzionando radicalmente la pratica della pittura. Un’opera straordinaria che realmente tiene in conto lo spettatore, e che, nell’illusionismo perfettamente concepito che accompagna la visione dal basso, sembra quasi dirgli che il loro spazio, la loro realtà, è la stessa[7].
Ora, mi ero del tutto dimenticato della presenza dei due angioletti, sbiaditi, quasi fantasmatici, presenti nella parte destra del dipinto; è stato dunque con una sorpresa immensa, unita a un’ammirazione aggiuntiva per le capacità di Gentile che, riguardando ancora una volta, ho scoperto l’angelo superiore. E l’angelo di sotto? L’Angelo di sotto, lo ammetto, non l’ho proprio visto! Per quanto di fronte all’opera mi sia messo ben più di una volta, e a lungo, se una volta tornato a casa non avessi ripreso in mano il saggio di De Marchi, io dell’esistenza di quell’angelo fantasma non avrei nemmeno sospettato …


Insomma, il punto è che, alla fine della fiera, al netto di tutte le polemiche metodologiche e di tutti i discorsi teorici, la parte probabilmente più importante dell’attività di chi studia la storia dell’arte si “riduce” a quelle verità, semplici e piane, eppure tanto infinitamente complesse, predicate dal grande Adolfo Venturi: vedere e rivedere, chi più vede meglio vede.





[1] Dalla recensione a una mostra di Antonello da Messina, raccolta in G.Briganti, Racconti di storia dell'arte. Dall'arte medievale al Neoclassico, Skira 2002 
[2] Mi sembra comunque che i lavori per il Duomo di Orvieto siano di gran lunga i meno indagati dalla letteratura critica sull’artista.
[3] Aggiungo che, visto dal vivo, Gesù presenta come una specie di vistosa linea divisoria che parte dalla spalla sinistra e interessa tutta la sua metà sinistra: i colori, in quella parte, appaiono sensibilmente diversi, più tenui.
[4] Non è un caso che la posizione di Gesù, che L’Angelico riprende anche nel Trittico Corsini, sia una delle fonti di ispirazione per il Giudizio di Michelangelo – su questo tema vedi il bel saggio di Maria Giulia Aurigemma “Con bellissima osservanza": Giudizi dell’Angelico, in Angelicus Pictor. Ricerche e interpretazioni sul Beato Angelico, atti del convegno, Skira 2008.
[5] Per questo non posso proprio concordare con Cesare Brandi quando parla di "gusto per la stasi illibata, per la contemplazione da fermo" - in La presenza di Simone Martini, raccolto in C.Brandi, Pittura a Siena nel Trecento, Einaudi 1991. Aggiungo che il Polittico mi sembra anche molto problematico, per quel che riguarda la sua ricomposizione: infatti, se nel citato libro di Brandi, nell’Art Dossier su Simone, e nell'immagine in questo post due santi per lato affiancano la Madonna, nel Museo l'opera è presentata - a mio avviso molto giustamente - col solo San Paolo a sinistra della Madonna.
Aggiungo, in ultimo, che Piero Torriti, nel citato Art Dossier, parla di aiuti per tutte e due le opere orvietane.
[6] A.De Marchi, Gentile e la sua bottega, in Gentile da Fabriano. Studi e ricerche, Electa 2006.
[7] Penso che quest’opera, nel classico di John Shearman di cui vi parlai QUI, ci sarebbe stata benissimo.


Aggiungo qui che quanto scritto sulle opere d'arte di Orvieto è davvero insufficiente a rendere la straordinaria densità di tesori artistici che questa piccola cittadina conserva: solo nel Duomo ci sarebbe da parlare, come minimo, degli affreschi di Andrea di Cione detto Orcagna, o dello straordinario ciclo scultoreo di Lorenzo Maitani nella facciata. E oltre il Duomo: la chiesetta di Santa Chiara che, per quel pochissimo che ho potuto vederla, sembra straripante di affreschi; San Francesco, col ciclo di Pietro di Puccio; la bellissima Sant'Andrea, che mi sembra un esempio bellissimo di Gotico su piccola scala; e infine, una cosa che non ho potuto vedere e per cui mi mangio le mani, il Mausoleo del cardinale De Braye in San Domenico, capolavoro di Arnolfo di Cambio. E la lista potrebbe continuare a lungo ...

2 commenti:

  1. I tuoi articoli sono meravigliosi! Quando descrivi mi sembra davvero di essere li!

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    1. ti ringrazio, davvero troppo gentile :)

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