lunedì 20 ottobre 2014

Santa Croce vietata!

Donatello, Crocifisso, 1406-08 ca.


Come scrivevo in un post recente, per me queste parole di Giuliano Briganti sono puro vangelo: « [Le riproduzioni] ci abituano a perdere il contatto diretto con le opere e alimentano quel tipo di acculturamento, oggi diffusissimo, dove la riproduzione diviene gradualmente sostitutiva dell’originale, si identifica anzi nella mente con l’originale stesso»[1].
Quando noi guardiamo una riproduzione in realtà ammiriamo solo un pallido riflesso dell'opera d'arte: nell’appiattimento bidimensionale e regolarizzante della riproduzione troppe cose, della realtà materiale e artistica dell’opera, ci vengono precluse.
E dunque torniamo al vecchio e universale precetto del contatto diretto con l’opera d’arte.
Ma è davvero possibile avere un contatto del genere? Non sarà che, nonostante i tanti limiti, troppo spesso le riproduzioni sono il mezzo più appropriato per studiare la storia dell'arte? Che, addirittura, a volte possono essere l’unico mezzo?
Qualche giorno fa ho visitato la magnifica chiesa di Santa Croce a Firenze, che offre numerosi esempi - dati da circostanze diverse - di quello che voglio dire.

Si pensi  alla Crocifisso dipinto da Cimbaue, capolavoro in larga parte distrutto dall’alluvione del 1966, che possiamo studiare soprattutto grazie alla documentazione fotografica che lo ritrae prima dell’infausto evento.
È chiaro: se un’opera non c’è più o è deturpata, la riproduzione si presenta come soccorso salvifico.

Le cappelle Bardi e Peruzzi, dipinte da Giotto e dalla sua bottega.

Ma prendiamo un caso più complesso: il caso di un’opera che, pur coi segni del tempo e dell’errore umano è ancora ben viva tra noi, ma tuttavia impossibile da vedere bene.
Le cappelle dipinte in Santa Croce da Giotto si connotano per il fatto di essere molto strette e alte, e dunque per l’oggettiva difficoltà di poter vedere bene le parti superiori; una situazione che portò Ferdinando Bologna a una deduzione molto suggestiva: «questa della perfetta visibilità non fu un’esigenza soddisfatta sempre a pieno dagli antichi maestri. In certi momenti, quando erano chiamati a decorare ambienti alti e stretti o cupole come quella del Battistero fiorentino […], si direbbe che costoro dipingessero quasi solo per sé e per il ristretto pubblico degli addetti ai lavori, dei discepoli disposti a visitarli sui ponti durante l’esecuzione dell’impresa»[2].
Dunque, vuoi per una semplice questione architettonica, vuoi per una voluta noncuranza di Giotto, le scene superiori della cappella Peruzzi e della cappella Bardi sono praticamente invisibili.
Ma a dire il vero questa situazione, come è chiaro a chiunque visiti Santa Croce, dipende soprattutto da un altro fatto: nelle cappelle non si può entrare, perché una barriera costringe il visitatore a rimanere all’esterno. Una situazione di partenza già disagevole viene così ulteriormente complicata da un vincolo di cui si capisce poco l’utilità.

Se un simile divieto per la cappella Peruzzi si può anche (con molto sforzo!) accettare, per quel che riguarda la cappella Bardi esso diventa totalmente inaccettabile. 
Perché mentre le scene della prima cappella Giotto le organizza, con inventiva straordinaria, in modo che si rivolgano volutamente a uno spettatore previsto all’esterno, per gli affreschi Bardi il punto di vista è centrale: lo spettatore deve trovarsi dentro la cappella per poter assecondare l’organizzazione scenografica di Giotto, per poterla capire e ammirare pienamente. Scrive Luciano Bellosi che a differenza «dei murali Peruzzi, questi vanno visti non dall'ingresso ma ponendosi grosso modo al centro della cappella, con le spalle rivolte ora all'una ora all'altra delle due pareti. Giotto ha tenuto conto del variare dei livelli su cui erano poste le storie e nelle scene più alte gli edifici sono visti decisamente dal basso»[3]
Ma come si possono godere, da una posizione tanto innaturalmente defilata, queste splendide architetture che, dispiegandosi per tutta la l'estensione orizzontale dei riquadri che le contengono, si aprono frontalmente allo spettatore per renderlo partecipe delle scene rappresentate?[4]

Giotto, Apparizione al Capitolo di Arles, 1320-28 ca. Cappella Bardi


Lo stesso discorso vale per le due cappelle dipinte da Agnolo Gaddi: particolarmente la cappella Maggiore che, posta sull’altare, è inavvicinabile. La si può guardare solo dall’esterno e da una distanza considerevole: e come si può, in questo modo, studiare un ciclo pittorico tanto ricco e complesso? Come si può anche solo pensare di contemplarlo?
La cappella è stata restaurata recentemente dall’Opificio delle Pietre Dure, con un lavoro lungo e magistrale (clicca QUI); viene da chiedersi: per chi è stata restaurata la cappella? Per i pochi privilegiati che indossano un saio?
E questo non è nemmeno il peggio: tutto sommato, anche se in una maniera orribilmente inadeguata, queste opere si possono più o meno vedere. Il massimo dello sconforto, e dell’indignazione, si raggiunge voltandosi a sinistra, verso le cappelle di Maso di Banco e Bernardo Daddi, verso il Crocifisso di Donatello.

Tutta quella ampia parte della chiesa è vietata ai visitatori; i capolavori appena citati, tra i massimi della storia dell’arte italiana, sono invisibili – in barba ai visitatori che hanno pagato il biglietto e che magari vengono dall’altra parte del mondo.
E perché questa situazione tristissima? Perché l’hanno deciso i frati: quella parte della chiesa è adibita al solo culto.
Ora, è chiaro che il culto ha i suoi diritti: ma i diritti della storia dell’arte, e dunque della cultura e della conoscenza, non sono certo meno importanti! E vietare la visione di simili capolavori è sinceramente scandaloso.
Forse che preghiera e storia dell’arte non possono convivere? Forse che in tutte le altre chiese storiche non convivono? Tra l’altro nelle ore che io sono stato in Santa Croce, dalle 3 alle 5 del pomeriggio di un normale giorno infrasettimanale, non c’era nessuna pratica cultuale in corso: il divieto, dunque, appare come un sopruso tanto più grave poiché immotivato.


Maso di Banco, Miracolo del toro resuscitato da san Silvestro, 1330-35 ca. Cappella di San Silvestro


Io di tutto ciò potrei anche disinteressarmi: perché dato che studio storia dell’arte all’Università, quella parte della chiesa l’ho potuta visitare. Ma vedere tutti quei visitatori, stranieri e non, che si chiedevano perché non potevano andar lì anche loro, mi ha procurato una stretta al cuore; mi ha fatto sentire un privilegiato, e mi ha fatto per un attimo pensare che la disciplina che io studio è una cosa che certamente non è: un lusso per privilegiati!
E non basta: nella sacrestia c’è la spettacolare cappella dipinta da Giovanni da Milano (e Matteo di Pacino): come il Crocifisso di Donatello[5], è prigioniera di una cancellata invalicabile, che non lascia vedere praticamente niente. L’unico modo per visitarla, a quanto mi è stato detto, è partecipare a rare visite universitarie: chi non studia all’Università, o chi frequenta Università in cui si studiano altri momenti della storia dell’arte, si arrangi!





Insomma, l’unica delle straordinarie cappelle di Santa Croce visibile davvero, è la magnifica cappella Baroncelli di Taddeo Gaddi. Tutto il resto non è visibile, per divieti assurdi e invalicabili barriere.
Perché questa situazione incredibile, che mortifica la storia dell’arte e i diritti di visitatori e studiosi? Perché questa che, nei fatti, è una aggressiva privatizzazione di uno dei monumenti-simbolo di tutto il Trecento? E a chi può mai giovare una situazione del genere, che lascia delusi e amareggiati i visitatori paganti e gli studiosi?
Tra l’altro, mentre divieti assurdi impediscono la visione di opere ben conservate, le tante tombe pavimentali scolpite, lasciate come sono senza barriere protettive continuano a essere calpestate dall’ignaro e incolpevole visitatore: un paradosso davvero imbarazzante[6].

Santa Croce dimostra allora la triste giustezza di quanto scrivevo in apertura: che la storia dell’arte molto spesso la si può studiare solo sui libri.
Ma questa chiesa ci dice anche che c’è un tema che si deve affrontare celermente: riguarda il modo in cui il patrimonio culturale italiano conservato nei luoghi di culto - un patrimonio inestimabile fatto di opere artistiche d’ogni tipo ed epoca - viene gestito dal clero[7].
Da Santa Croce si ricava, infine, un ulteriore insegnamento: in Italia la parola valorizzazione è uno scherzo nelle bocche dei burocrati.

Edit.
Mi si fa notare che la decisione di chiudere quella parte della chiesa ai visitatori è (anche?) dell'Opera di Santa Croce; responsabilità che non ho adombrato perché, dalle informazioni avute dal personale di Santa Croce, niente mi riconduceva all'Opera.
Aggiungo anche che mi è stato segnalato che, dal 19 Ottobre al 27 Febbraio quella parte della chiesa sarà, seppur in maniera limitata, visitabile (clicca QUI): limitazioni che, per una parte che è tutt'altro che "meno nota", continuano a sembrarmi non giustificabili. 





[1] Dalla recensione a una mostra di Antonello da Messina, raccolta in G.Briganti, Racconti di storia dell'arte. Dall'arte medievale al Neoclassico, Skira 2002
[2] Ferdinando Bologna, Novità su Giotto, Einaudi 1969
[3] Luciano Bellosi, Giovanna Ragionieri, Giotto e la sua eredità, Il Sole 24 Ore, 2007
[4] Tutto ciò senza dir nulla delle condizioni di luce non sempre ottimali, che rendono molto complessa la visione di una scena capitale come la Rinuncia agli averi di San Francesco.
[5] In realtà il capolavoro di Donatello si può vedere: ma da una distanza enorme, che lo rende praticamente impercettibile, tanto è capace, detta distanza, di ridurre un’opera enorme a un pupazzo indefinito.
[6] A proposito di barriere e segnalazioni, aggiungo che la cosa migliore dell’allestimento di Santa Croce sono le cartelle che, davanti a ogni cappella, spiegano al visitatore i tratti essenziali dell’opera. Peccato che la cappella Peruzzi ne sia sprovvista; così, una cappella già sfortunata, che per le sue precarie condizioni di conservazione attira poco e niente lo sguardo del visitatore comune, rimane ingiustamente solitaria.
[7] Questo lo dico pensando a Santa Maria in Trastevere a Roma, dove tutto l'altare è incredibilmente lasciato al buio aspettando i soldi dei visitatori che vogliono vedere i mosaici di Pietro Cavallini; oppure a San Luigi dei Francesi, sempre a Roma, dove la cappella Contarelli, che contiene i noti dipinti di Caravaggio, è lasciata nella stessa imbarazzante situazione di intermittenti illuminazioni a pagamento.


2 commenti:

  1. Hai perfettamente ragione: ricordo la delusione di dovermi bloccare così lontano dall'altare principale e, più di recente, un'imposizione simile incontrata nella basilica di San Pietro: quegli orribili cordoni che tengono lontano il visitatore sono un insulto e, laddove non lo blocchino, gli precludono, come hai giustamente notato, di godere di una buona visuale (come mi è successo con la tomba di Giulio II a Roma e gli affreschi caravaggeschi della Chiesa di San Luigi dei Francesi, sempre nella capitale. L'arte è fatta per essere guardata, ammirata e studiata, non per essere appannaggio di pochi - l'ennesimo appannaggio di pochi.

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