lunedì 23 ottobre 2017

Bernardo Daddi, Prato e la cintola. Pensieri su una mostra esemplare

Fig.1, Bernardo Daddi, l'Assunta dalla pala per la prepositura di Prato, 1337-38. New York, Metropolitan Museum of Art



In Italia è possibile fare mostre serie: mostre con un discorso storiografico sensato e in cui sia possibile ammirare opere d'arte nelle migliori condizioni. A dimostrarlo è la bella mostra "Legati da una cintola. L'assunta di Bernardo Daddi e l'identità di una città", in corso a Prato fino al 14 gennaio nel Museo di Palazzo Pretorio. Si tratta di un percorso ottimamente articolato che narra la venerazione della città per la sacra cintola: una mostra iconografica, quindi, sulla resa di questo soggetto nei diversi medium artistici.
Da un punto di vista specificamente storico artistico, i punti di interesse sono molti: basti pensare al tentativo critico di ricomposizione della grande pala realizzata da Bernardo Daddi per il Duomo cittadino (all'epoca prepositura) smembrata in vari musei: un'occasione unica di cui è possibile usufruire grazie a un lavoro scientifico durato più di due anni, condotto tra gli altri dai curatori Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli, e che ha portato tra le altre cose alla pubblicazione di un catalogo esemplare e a un apparato didattico essenziale ma ben fatto: nulla a che vedere, insomma, con le mostre improvvisate a cui ultimamente anche insigni studiosi sembrano votarsi.

Bisogna poi aggiungere un altro enorme motivo di interesse: in occasione della mostra è aperta la cappella della Cintola del Duomo, che conserva una Madonna col Bambino che è un grande capolavoro di Giovanni Pisano, e il ciclo di affreschi realizzato da Agnolo Gaddi, restaurato in anni recenti. Un luogo stupendo quasi sempre chiuso per una decisione che, a prescindere dalle motivazioni, è inaccettabile (Fig.2).

Fig.2, Giovanni Pisano, Madonna col Bambino, 1305-10 ca. Prado, Duomo, cappella
della Cintola


Fig.3. Pannelli con la ricostruzione della Pala di Bernardo e predelle del Museo di Palazzo Pretorio e della
Pinacoteca Vaticana


È chiaro che il punto più importante della mostra da un punto di vista critico è la ricomposizione della pala che Bernardo Daddi realizzò per la città nel 1337-38 (Fig.3), di cui sono anche presentati i pagamenti. Qui siamo di fronte a un esercizio filologico condotto nel vivo della ideazione della mostra, pensato in intima connessione a essa: la dimostrazione di come, nonostante opinioni qualunquiste alla moda, quando ben pensate le mostre rimangono uno degli strumenti essenziali della Storia dell'arte.
Si tratta di un esercizio filologico complesso: l'appartenenza delle tavolette della Pinacoteca Vaticana alla predella bassa della pala pratese non è certificata da documenti, tanto che in anni anche recenti questa ipotesi è stata rigettata.1 Ma una serie di indizi, stringenti e di tipo diverso, che qui non riassumo rimandando al catalogo, confermano la tesi dell'appartenenza al complesso di Prato: il fatto che le tavolette vaticane riunite siano più larghe di quelle conservate nel Museo di Palazzo Pretorio appare meno strano tenendo a mente casi pratesi successivi come il grandioso Polittico di Giovanni da Milano conservato sempre in Palazzo Pretorio – dimostrazione, peraltro, del valore di modello a cui l'opera di Bernardo Daddi dovette assurgere nelle commissioni cittadine.
Al di là di un problema critico così specifico, la mostra permette di godere di pezzi pittorici di livello altissimo: la tavola centrale, del Metropolitan di New York (Fig.1), è un capolavoro coloristico di dolcezze pittoriche e raffinatezze tecniche, che rende ancor più triste la vasta decurtazione subita (Fig.4). Stesso dicasi per le predelle: lo stato conservativo è particolarmente precario per le tavole vaticane, ma il Gamaliel volante, uno dei pochissimi punti integri della serie, è una figura stupenda, di grande qualità sia pittorica che decorativa (Fig.5).
Ancora dal Metropolitan provengono due tavolette, purtroppo anche loro rovinate, che completavano il monumentale Polittico per Santa Reparata, uno dei capolavori pittorici più entusiasmanti del Trecento, che peraltro mostra come la soluzione di un polittico con predella doppia non doveva essere un unicum nella produzione del pittroe;2 la tavoletta con Santa Reparata davanti all'imperatore Decio (Fig.6) mostra bene come in Daddi una razionale concezione spaziale di chiara matrice giottesca si unisca a una sensibilità diffusamente decorativa e dolcemente coloristica: si veda come il monumentale trono in scorcio è ovunque circondato da decorazioni dorate ricercatissime che trionfano nella tenda del fondo con figurine zoomorfe stilizzate (fig.7); è poi meraviglioso il personaggio che vi mostro in dettaglio (Fig.8): qui abbiamo un panneggiare ampio e largo, solido e monumentale nel senso più giottesco del termine, che tuttavia è tempestato ai bordi da una serie di motivi dorati che lo valorizzano assecondandone gli aggetti, i ripiegamenti, insomma i naturali accidenti di una veste vera; il tutto impreziosito di un blu tenue che si rischiara gradatamente verso la fonte di luce.
Bernardo Daddi è davvero un grande pittore e uno dei più alti seguaci di Giotto, e per averne ulteriore conferma basta visitare il suo splendido polittico sempre conservato in Palazzo Pretorio, un capolavoro di dolcezze epidermiche e raffinatezze cercate in punta di pennello.
Sottolineo la grandezza di Bernardo perché in Italia questo dato non è affatto scontato: mentre egli è da sempre amato dalla critica anglosassone, la svalutazione condotta da Roberto Longhi, per cui Bernardo sarebbe un “usignolo meccanico”,3 è fruttata al punto che in un bel volume divulgativo sul giottismo di uno dei più grandi studiosi della pittura del Trecento, Luciano Bellosi, nella larga trattazione che giunge a includere anche i fratelli Limbourg non si trova spazio per colui che, a prescindere da valutazioni personali, fu uno dei più diretti allievi ed eredi di Giotto.4
C'è da sperare che questa mostra ponga definitivamente fine a questa svalutazione, che peraltro in Italia mi sembra fortunatamente sulla via del tramonto.5

Fig.4, dettaglio dell'Assunta ora a New York dove si nota la parte superiore dell'aureola di san Tommaso

Fig.5, Bernardo Daddi, Gamaliel appare in sogno al prete Luciano, dettaglio, 1337-38. Città del Vaticano,
Pinacoteca vaticana

Fig.6, Bernardo Daddi, Santa Reparata davanti all'imperatore Decio, 1340 circa. New York, Metropolitan
Museum of Art

Fig.7, dettaglio della figura 6

Fig.8, dettaglio della figura 6


Ma la mostra non si ferma al solo Bernardo Daddi. Importante quanto la ricostruzione della pala daddesca è la presenza del meraviglioso rilievo del Maestro di Cabestany (Fig.9), uno dei più impressionanti scultori del Romanico europeo, artista itinerante attivo tra Spagna, Francia e Toscana. Il rilievo è parte della lunetta della chiesa di Cabestany, realizzata dall'artista dopo la sua permanenza a Prato, ed è la prima visualizzazione artistica (tra le cose almeno che ci sono giunte da quel gran naufragio che è l'arte medievale) della scena della cintola.
È un'opera straordinaria, un vero exploit scultoreo: le figure sono poste su diversi piani di profondità, animando il marmo con sbalzi che arrivano quasi al tutto tondo (Fig.10) e punti in cui il rilievo minimo giunge a una sorta di stiacciato (Fig.11): si creano così giochi stupendi e diversamente gradati di ombre profonde che sottolineano la tridimensionalità di panneggi e personaggi; colpisce poi il grado di deformazione espressionistica a cui giungono molte figure, che quasi sembrano mostruose: penso al Cristo dal viso leonino, o agli angeli che sembrano delle scimmiette deformi, o alle mani enormi (Fig.12); molti visi sembrano ottenuti dipartendo ad angolo vivo e spiovente dalla zona del naso, e forse è questo a renderli così stranamente deformi e tanto impressionanti.

Fig.9, Maestro di Cabestany, Morte, Glorificazione e Assunzione della Vergine con san Tommaso che tiene
la cintola, 1160 ca. Cabestany, Notre-Dame-des-Anges

Fig.10,  dettaglio della figura 9

Fig.11, dettaglio della figura 9
Fig.12, dettaglio della figura 9


È poi presenta una deliziosa e raffinatissima tavoletta con la Madonna del Parto dal Museo Bandini di Fiesole (Fig.13), che porta da diverso tempo una stabile attribuzione a Nardo di Cione che io francamente non riesco a comprendere: la piattezza bidimensionale del viso di Maria, reso tramite una ricercata dolcezza della materia pittorica che porta a una bellezza quasi diafana e impalpabile, mi sembra quanto di più lontano dall'ombreggiare insistito e volumetrico di questo pittore tra i più grandi del terzo quarto del Trecento in Toscana – e mi chiedo se il giustificare questa attribuzione mettendo la tavola fiesolana agli inizi del percorso di Nardo non sia un alibi troppo semplice.
Non meno interessanti sono le cinque placchette dorate della sacra cintola conservata nel Museo dell'Opera del Duomo di Pisa (Fig.14): si tratta di oggetti di una fattura artistica davvero squisita, dove le figure, nonostante le piccole dimensioni, raggiungono una solidità di impianto e una monumentalità di panneggi mirabili, che ci mostrano quanto la lezione di Nicola Pisano dovette essere pervasiva nella Toscana del secondo Duecento – ma da qui ad attribuire queste raffinate oreficerie a Nicola in persona, come è stato proposto di recente, ce ne corre!6
Molto interessanti sono inoltre le due grandi tavole di Niccolò di Pietro Gerini, uno dei principali pittori fiorentini tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento, poiché, messe come sono l'una di fianco all'altra, permettono di vedere come nella bottega di uno stesso artista potessero uscire opere di qualità diseguale: tanto alta mi sembra infatti la più antica, con cangiantismi molto suggestivi e una stesura pittorica raffinatissima (Fig.13), quanto di qualità più modesta la più recente (datata intorno al 1415, è in San Francesco ad Arezzo), al netto di un possibile intervento più ampio della bottega e di uno stato conservativo meno buono – ma insomma, queste sono mie impressioni personali, che magari uno studioso dell'artista potrebbe facilmente smentire.

Fig.13, Madonna del Parto, dettaglio, 1350 ca. Fiesole, Museo Bandini

Fig.14, Noli me tangere, seconda metà del Duecento. Pisa, Museo dell'Opera del Duomo

Fig.15, Niccolò di Pietro Gerini, Dormitio Virginis e Assunzione della Vergine, 1370-75 ca.
Parma, Galleria Nazionale



Insomma, Legati da una cintola è una mostra molto ricca e stimolante per palati diversi: il nucleo di opere rinascimentali, per esempio, è molto ricco e di indubbio interesse per gli studiosi del periodo. Senza dilungarmi troppo in ambiti di cui non potrei parlare con troppa cognizione di causa, non mi resta quindi che concludere consigliandovi nuovamente di visitarla, e aggiungere una annotazione polemica.
Io non ho dati ufficiali, e parlo solo per la mia limitata esperienza personale; ma questa mostra l'ho visitata finora tre volte, in giorni della settimana e orari diversi: e, mi duole dirlo, intorno a me c'è sempre stato il deserto, o al massimo un numero davvero esiguo di visitatori, così pochi da contarsi sulle dita di una mano. Eppure Legati da una cintola è una mostra ben pubblicizzata, almeno in Toscana. Mi chiedo quindi – ma è una riflessione più ampia, nata da tante cose, tra cui la solitudine che provo in tanti musei di prima grandezza – se la Storia dell'arte non sia ormai giunta a una crisi tanto drastica e irrisolvibile da risultare del tutto indifferente al pubblico, alle persone, alla “società”: una crisi per cui quello che la gente vuole non sono mostre impegnate e serie dove si ricostruisce un capolavoro smembrato di un certo Bernardo Daddi, ma i soliti Caravaggio o Van Gogh dei soliti Sgarbi o Goldin.
Ma la chiudo qui, per ora, poiché tutto ciò c'entra marginalmente con la bella mostra di Prato.


_____________________

1 Si veda la scheda dedicata a due delle tavolette vaticane da Federica Baldini nel catalogo della mostra romana del 2009 Giotto e il Trecento. “Il più sovrano Maestro stato in dipintura”, Skira 2009
2 Una ricostruzione recente del polittico di Bernardo è stata realizzata da Stefano G. Casu in una scheda del catalogo della mostra fiorentina del 2014 La fortuna dei primitivi, e potete leggerla QUI. Nella scheda della mostra di Prato Carl B. Strehlke propone delle leggere modifiche nella sequenza della predella bassa.
3 E' la definizione che si legge nel seminale Qualità e industria di Taddeo Gaddi del 1959
4 L. Bellosi (con schede di G. Ragionieri), Giotto e la sua eredità, Il Sole 24 Ore 2007
5 Per rimanere nell'ambito di pubblicazioni divulgative, si veda l'alta considerazione che viene espressa di Bernardo da Angelo Tartuferi nell'Artdossier sui giotteschi, che potete leggere QUI
6 A.R. Calderoni Masetti, Concerto d'arti, in M. Seidel (a cura di), Storia delle arti in Toscana. Il Trecento, Firenze 2004